Gino Bartali: Campioni si nasce sì, ma si può anche non diventare



Di recente ho avuto il piacere di intervistare, insieme a due amici, Francesco Pancani e una nostra domanda verteva sulla definizione di “campione”. Pancani, voce narrante del ciclismo, ci ha detto che per definire un campione non basta guardare solo al suo Palmares, bisogna osservare anche, e forse soprattutto, il lato umano dell’atleta, la persona. Diceva bene Gino Bartali quando allo slogan “campioni si nasce, non si diventa” aggiungeva un pezzettino: “Campioni si nasce sì, ma si può anche non diventare”. Ci vuole sacrificio per diventare campioni, ci vuole umiltà, ci vuole semplicità. Bisogna essere in grado di fare delle scelte che possono anche mettere a repentaglio la propria carriera, la propria vita addirittura.

Gino Bartali nacque il 18 luglio 1914 e oggi, 5 maggio 2020, sono passati 20 anni esatti dalla sua scomparsa, a 86 anni, per colpa di un infarto. Ginettaccio voleva essere ricordato più come atleta che come uomo, più per le sue imprese sportive che per quelle nella vita. E che imprese: 3 Giri d’Italia, 2 Tour de France (a distanza di 10 anni), 4 Milano-Sanremo, 3 Lombardia. 17 vittorie al Giro, 12 al Tour e un altro centinaio in numerose altre competizioni. Di Gino tutti dicevano che amava la sua bici, che fosse tutt’uno con lei, che tenesse più alla bicicletta che alla sua fidanzata e poi moglie Adriana. Ma la storia di Gino non è solo un elenco di corse vinte, di rimonte storiche, di imprese sportive. È la storia di un ciclista, un uomo che, durante la Seconda Guerra Mondiale, senza poter gareggiare, ha fatto ciò che riteneva giusto: aiutare gli altri.

Gino Bartali

Ma facciamo un passo indietro: è il 1936, un anno importante. Bartali vince il suo primo Giro d’Italia, si fidanza con Adriana, ma viene anche colpito dalla morte del fratello, a seguito della quale vuole lasciare il ciclismo. È proprio la fidanzata a far tornare Gino in sella, presentandosi alla sua porta con la sua bicicletta: “Io mi sono innamorata di un ciclista, tu corri”.

In quegli anni, sotto il fascismo, Ginettaccio vive intensamente il motto dell’Azione Cattolica: “Preghiera, azione, sacrificio”. Si mostra inoltre molto devoto alla Madonna, tanto da dedicare a lei le vittorie piuttosto che al Duce, affermando: “Alla Madonna ho promesso che avrei fatto le cose per bene, perché tutto quello che faccio, lo faccio a nome suo. E così lei è stata attenta a non farmi sbagliare”. La sua fede lo porta anche ad entrare a far parte (rimanendo un laico) dell’ordine terziario dei carmelitani con tanto di nome religioso: fra Tarcisio di S. Teresa di Gesù Bambino.

Il tempo scorre e si arriva al 1938: Gino arriva in giallo a Parigi vincendo la sua prima Gran Boucle. Bartali era contro la prepotenza, contro il fascismo e si rifiutava di fare il saluto romano, preferendo un segno a lui molto più caro, quello della croce. L’uomo di Ponte a Ema, fiorentino doc, vede la guerra alle porte: “È tutto sbagliato, è tutto da rifare”. Ma non si dà per vinto, in particolare quando l’Arcivescovo di Firenze Dalla Costa chiede il suo aiuto. Di tutta questa vicenda Bartali non disse mai nulla, né durante la guerra, né dopo. Oggi sappiamo che dietro a quella maschera da uomo burbero, dietro a quella voce roca, si celava un grande uomo dal cuore generoso e buono. Gino non solo nascose in cantina una famiglia, ma anche, e soprattutto, trasportò documenti falsi nel telaio della bici e sotto il sellino, documenti che avrebbero salvato la vita a numerose persone. Si stima che il campione, in totale silenzio, contribuì a donare un futuro a 800 ebrei percorrendo, con la scusa di allenarsi, i 230km che separano Firenze e Assisi. Ma Bartali di tutto ciò non disse mai nulla, nemmeno alla moglie e ai figli, perché “Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca”.

Nel 1946 ripresero le corse e con esse anche la rivalità fra “il vecchio” Bartali e l’emergente Coppi, che subito prima della guerra si era aggiudicato la Corsa Rosa. In quell’anno la voglia di riscatto e di dimostrare di non essere troppo vecchio spinsero Ginettaccio a conquistare il suo terzo Giro d’Italia, proprio davanti a Faustino.

Nella sua vita Bartali rimase iscritto sempre e solo all’AC, mai a un partito. Addirittura rifiutò la DC, perché voleva rimanere lo sportivo di tutti, non solo di una parte. La sua popolarità era molto diffusa e lui stesso affermò che in qualunque bar d’Italia due cose non gli sarebbero mai mancate: una stretta di mano e un bicchiere di vino.

Il 14 luglio 1948 segna un altro punto di svolta nella storia Italiana e in quella di Bartali. Siamo in Francia durante il giorno di riposo del Tour e il campione riceve una telefonata direttamente da De Gasperi: in Italia la situazione è molto critica, c’è stato l’attentato a Togliatti e si rischia la guerra civile. Il Presidente del Consiglio chiede a Gino di fare l’impresa: vincere il Tour per placare gli animi e distogliere l’attenzione mediatica. Gino è turbato, mancano ancora molte tappe e ha già 21 minuti di ritardo. Ma mancano ancora le Alpi e lui ha grinta e talento da vendere. Vince il Tour, a 34 anni, 10 anni dopo il suo primo trionfo, dando 26’ in generale al secondo… “E i francesi ancora s’incazzano”, come cantò Paolo Conte.

Gli anni passano, l’età avanza e Gino, umile come sempre, si mette al servizio degli altri, anche nel ciclismo, anche per aiutare il rivale di sempre. La foto del 4 luglio 1952 ha fatto la storia, quell’iconico scambio di borraccia fra Bartali e Coppi, che porterà Gino ad affermare che “se non gli avessi dato l’acqua, Fausto non avrebbe vinto quel Tour”. Bartali poi rimase nel mondo del ciclismo per anni, come direttore sportivo, come giornalista, come appassionato.
Passaggio borraccia Coppi-Bartali

E poi arrivò quel 5 maggio del 2000… Bartali fu seppellito con il mantello bianco dell’ordine terziario dei carmelitani, a dimostrazione ancora una volta di essere un uomo di Dio. Tutti si ricordano di lui come un uomo meravigliosamente semplice, come un campione che ha sempre cercato di rendere normali le sue imprese umane, il suo rischiare la vita per il prossimo, cosa che considerava un dovere morale. Narciso Parigi dirà: “Se non è in paradiso Bartali non esiste nulla, è tutta una buffonata”.

Nel 2013 arrivò per Bartali il riconoscimento più importante: lo Yad Vashem di Gerusalemme lo insignì del titolo di Giusto fra le Nazioni per aver salvato la vita a 800 ebrei rischiando la sua, e suo figlio Andrea raccontò in un libro (Gino Bartali, mio papà) tutta la storia dell’uomo che si era messo al servizio degli altri, del campione che era rimasto fedele ai suoi ideali e alla sua umanità.

“L’ultimo vestito è senza tasche” amava dire Gino Bartali, intendendo che nella vita si può accumulare di tutto, ma l’ultimo giorno ognuno di noi se ne va senza nulla, con le tasche vuote. Gino ci ha lasciati forse sì con le tasche vuote, ma con la consapevolezza, almeno in cuor proprio, di essere nato campione, ma soprattutto di aver scelto di diventarlo, giorno dopo giorno.

UN EROE IN BICICLETTA 

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