Intervista ad Alan Marangoni della Nippo Vini Fantini



Alan Marangoni: l’ultimo gregario

Nathan Algren, il protagonista del film “L’ultimo Samurai” di  Edward Zwick, non è poi tanto diverso da Marangoni. Samurai significa letteralmente “colui che serve”, un po’ come il gregario che serve il proprio capitano. Il ruolo del gregariaccio vecchio stampo, sostiene l’uomo della Nippo, in un ciclismo così estremizzato che punta sempre al top, alla costante ricerca di campioncini da mettere sul palcoscenico internazionale, morirà. Per questo Alan Marangoni non è tanto diverso da Nathan Algren, l’ultimo samurai e l’ultimo gregario, entrambi con lo stesso compito e l’onore di rappresentare una figura tanto romantica quanto affascinante ma ormai defunta. Alan Marangoni

Per raccontare chi è Alan non basterebbe una vita intera ma per definirlo bastano poche parole, prese dal testo “Una vita da mediano” di Ligabue:“né lo spunto della punta, né del 10, che peccato”. Perché Marangoni non era uno veloce o esplosivo in grado di piazzare il colpo della vittoria, non era nemmeno uno scalatore che può stare davanti o attaccare con i top assoluti. A cronometro ha fatto dei bei piazzamenti all’italiano ma non era abbastanza forte per vincere le prove contro il tempo e quindi, si definisce quel corridore che ha trovato la sua dimensione nel sacrificare tutto se stesso per la causa della squadra. Una vita da mediano, tipo Oriali, da samurai, o più semplicemente, da gregario vero.
Marangoni è un corridore all’antica, di quelli che amano ancora seguire le sensazioni, che ha fatto del suo saper fare gruppo con tutti e del farsi voler bene la sua arma migliore. Perché il ciclismo è un mondo cattivo, che basta una stagione storta per rischiare di rimanere a piedi l’anno dopo, lui, però, grazie al suo buon animo, è sempre riuscito a strappare un contratto, anche nelle annate più difficili, perché dove non arrivava con le gambe ci è sempre arrivato con grinta e coraggio.
In una delle sue ultime esperienze in terra asiatica ha vinto un pupazzo come corridore più combattivo del giorno. Lo ha chiamato Giajo che in cinese vuol dire qualcosa come “combatti” e che ti urlano costantemente da bordo strada in Cina. Combattere per restare vivi, per restare a galla, per rifirmare, per non mollare, per servire un capitano, per portarlo davanti o per prendergli le borracce. Combattere, se sei un gregario, un samurai o un mediano, sempre.
Alan in gruppo era ben voluto, tant’è che Nakane per salutarlo e ringraziarlo gli ha scritto una lettera, perché Marangoni per lui era molto più di un compagno: era il suo maestro non solo di lingua ma anche di ciclismo e vita, un amico che in molti avrebbero voluto avere in squadra. Certo non ha mai vinto una tappa al Giro d’Italia, nonostante ci sia andato vicino, ma certi messaggi e certi valori sono già più di una vittoria.

La carriera di Alan Marangoni

Al momento del passaggio tra i big aveva il sogno – come tutti – di ottenere una grande vittoria ma, a differenza degli altri, il suo obiettivo principale era di smettere il giorno che lo avrebbe deciso lui, senza che lo decidessero altri al posto suo. Voleva poter decidere serenamente quando smettere e ci è riuscito. D’altronde Marangoni aveva chiaro fin da subito quale sarebbe stato il suo posto nel mondo e non è di certo un caso se come corridore d’ispirazione ha avuto per anni Tosatto, un gregario come lui, ma capace di trovare successi a Giro e Tour.
Mi racconta che il 2012 fu la stagione peggiore della sua vita, andò tutto storto. Ma già nel 2013 si riscattò vivendo la sua annata migliore, corsa ad altissimi livelli dall’inizio alla fine. Partì con una buona Tirreno, poi andò alle Classiche del Nord, dove vinsero la Gand (con Sagan) e andò forte anche al Fiandre. Al Giro aiutò Caruso che all’ultimo sostituì Basso. Raggiunse l’apice della sua carriera circa un mese dopo al Tour de France con delle prestazioni incredibili. In una tappa spaccarono letteralmente il gruppo a più di 100 chilometri dalla conclusione e vinsero poi con il solito Peter. Fino al termine del Tour mantenne un ottimo livello di condizione che non riuscì più a ripetere per così tanto tempo negli anni seguenti. Tra i ricordi più belli della sua carriera, oltre ai podi ai campionati italiani dietro a corridori del calibro di Malori e Cataldo, c’è proprio quella tappa al Tour de France che da Montpellier portava la carovana ad Albi, in cui fecero esplodere il gruppo. Furono inseguiti per tutto il giorno dai team dei vari Greipel, Kittel e Cavendish, che alla fine arrivarono al traguardo con 15 minuti di ritardo. Esultò Sagan davanti a Degenkolb ma fu una vittoria di squadra che dovrebbe essere illustrata nei manuali di ciclismo. Eliminarono, in un colpo solo e a parecchi chilometri dalla conclusione, avversari veloci e mentre si preoccupavano di distanziarli il più possibile dovevano anche riprendere i fuggitivi. Quel giorno, Alan, arrivò al traguardo con i crampi a entrambe le gambe e si portò le contratture dello sforzo fino a Parigi.

Sostiene che proprio quegli anni in Liquigas sono stati i migliori perché erano un gruppo di amici, perché con chiunque si andasse a correre era un piacere, sembrava quasi di essere sempre in gita e in più portavi a casa bei risultati, si lavorava a testa bassa per capitani come Sagan, Nibali, Basso e Viviani che regalavano grandi soddisfazioni. “Sono stati anni davvero stupendi dove penso di aver raggiunto il mio top a livello professionale, la squadra dove sono stato meglio”.

Si soffermerà anche su Sagan, il compagno più fenomeno con cui abbia mai corso. Ci racconta di una volta alla Tirreno, di un giorno freddissimo e con la tappa durissima di Porto Sant’Elpidio: “Peter mi chiede di portargli il gel. Vado all’ammiraglia, faccio un fatica mortale, risupero il gruppo a tutta, consegno i gel a Peter che sembrava partito in quel momento, io ero a blocco con la bocca aperta, lui guarda i gel e mi fa <<questi sono alla caffeina per caso ?>>  <<Peter non lo so, io sono a tutta, non credo, no>>.  Io ero tra la vita e la morte e lui si mise a guardare di che gusto erano i gel”, mi è rimasto impresso”.
Correre con lui è stato un divertimento e poi ha dato tanta soddisfazione ai gregari che hanno corso per lui. “Al Giro di Svizzera eravamo in un gruppetto insieme e mi fa “ti ricordi quando alla Vuelta mi hai fatto vincere l’ultima tappa ?”. Praticamente prima dell’ultima curva a U me lo misi a ruota e gli feci superare tutto il gruppo, gli feci prendere l’ultima curva in decima posizione e vinse di mezza ruota. Senza quella “passata” lì non ce l’avrebbe mai fatta perché era troppo indietro. Ma si ricorda e questa gratitudine e riconoscenza che ha con le persone che sono passate nella sua vita e hanno lasciato qualcosa fa molto piacere. E poi mi è sempre piaciuto il suo modo di divertirsi in bici di essere un po’ così provocatorio, giocherellone”.

Il sogno sfiorato di Alan 

Qualche tempo fa lessi la lettera di Marangoni che racconta la tappa di Forlì, è da brividi. Il corridore, al tempo, della Cannondale aveva organizzato già dal giorno precedente, sfruttando il riposo, tutto alla perfezione. Si accordò con i corridori delle squadre Professional, nonché alcuni suoi amici e il giorno dopo, in una tappa di più di 200 km completamente piatta, il primo scatto fu subito quello buono. Marangoni, Malaguti, Gatto, Boem e Busato sono all’attacco con Alan che si sacrifica più degli altri per fare andare tutti d’accordo e arrivare a Forlì prima del gruppo. Nel finale Gatto fora e gli altri volano verso il traguardo. Sarà Malaguti, l’amico di Alan, l’uomo di cui si fidava sperando in una collaborazione a dare a Boem la trenata decisiva per vincere. Con il “Gnula” hanno fatto pace, lo ha perdonato, forse perché è troppo buono ma sono rimasti in rapporti decenti nonostante per un lungo periodo non gli andò giù quel finale, non lo digeriva e il fastidio era troppo grande. In Emilia si stupirono in molti della decisione di Alan, molti altri non avrebbero perdonato un “tradimento” del genere ma portare rancore per tutta la vita non è nel carattere di Marangoni, anche se superare quel “trauma agonistico” non fu facile. Considera comunque quel giorno come una vittoria perché essere davanti per 200 km a una tappa del Giro ed essere ripreso a 200 metri può essere un grande rimpianto ma allo stesso tempo hai fatto qualcosa che non è da tutti. E Alan è orgoglioso di ciò.

Gli ultimi anni della carriera di Marangoni con la Nippo 

Nel 2017 Alan passa in Nippo e con il tem italo giapponese chiuderà la sua carriera. Parla di un gruppo di amici con il quale si è trovato benissimo, facendo una menzione speciale, alla domanda chi gli mancherà, per Zaccanti: “Sono tanti che mi mancheranno però è logico che il pensiero va a quelli con cui sono stato in squadra negli ultimi tempi. Un compagno con il quale ho legato tantissimo e mi sono fatto tantissime risate è stato Zaccanti che pur avendo una grandissima differenza di età, lui è 95, io sono un 84 abbiamo trovato molti punti in comune. Ci capivamo al volo. Poi con lui riuscivo a parlare tanto non di ciclismo ma di cinema, musica, di vita in generale. Lui ascoltava molto anche i miei racconti e i miei consigli perché è una persona molto intelligente che ha voglia di imparare e di ascoltare le persone più vecchie che sono state nel ciclismo. Se devo dirti una persona degli ultimi tempi ti dico Zaccanti, senza togliere niente agli altri, perché eravamo veramente un bel gruppo qui in Nippo, un gruppo di Marangoni Okinawaamici”. Con la maglia arancione e blu ha compiuto le sue ultime pedalate in terra asiatica ed ora Alan è davvero pronto ad appendere la bici al chiodo e a guardare avanti.  Ha voluto concludere la carriera però con quel pizzico di magia che lo contraddistingue, vincendo alla sua ultima corsa di sempre, vincendo una gara dopo averla inseguita per 10 anni. Quanta magia in questo sport, uno sport cattivo a cui spesso dai tanto ma che tante volte non ti ripaga con la stessa moneta, questa volta, Alan si è preso anche gli interessi. Meraviglioso.
Sul futuro non ci svela nulla a causa di accordi lavorativi ma ci confessa che comunque lo vedremo ancora spesso. Lo vedremo in tv ? Farà il Ds ? Chissà se ci abbiamo preso, lo scopriremo presto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *