Kelly Catlin, perché?



Kelly Catlin, 23enne statunitense e pistard della nazionale, è morta suicida venerdì scorso.
Una ragazza a cui non mancava nulla e, anzi, aveva tutto. Aveva le capacità per essere una campionessa su pista e lo aveva dimostrato con i due bronzi individuali, l’argento olimpico a squadre a Rio 2016 e soprattutto con i tre titoli iridati nell’inseguimento a squadre. Aveva le doti per essere un’eccellente studentessa tant’è che aveva già conseguito una prima laurea in ingegneria biomedica e cinese ed era a Stanford per la seconda in matematica computazionale. Poi la depressione, l’ossessione per le competizioni e l’essere sempre alla rincorsa del tempo che le mancava.
Raccontano, la sorella e il padre della Catlin, che l’incubo è cominciato a ottobre quando in una caduta si era fratturata il braccio sinistro e non riusciva più a riprendersi e ad allenarsi come avrebbe voluto. Da dicembre in poi la situazione è andata peggiorando. Nell’ennesimo incidente aveva riportato una commozione cerebrale e la sua vita ha iniziato a precipitare. Soffriva di forti mal di testa, non riusciva ad allenarsi ed era diventata ipersensibile alla luce. “Da dicembre non era più la stessa, parlava come un robot”, afferma il padre. È stata succube e vittima dello sport che amava perché, forse, chiediamo troppo ai giovani.

Bisognerebbe vivere con la spensieratezza di Alaphilippe che – post Strade Bianche – è sceso per il muro di Santa Caterina con le gambe a penzoloni, come un bambino felice. Lo stesso corridore che ha detto: “Amo la vita. Amo lavorare duramente e soffrire” e (forse) queste parole sarebbero dovute arrivare a Kelly. È anche vero, però, che il francesino è dotato di un talento naturale che non tutti possono vantare e chi è un “gradino inferiore” deve lavorare di più per essere competitivo e allo stesso livello. Bisogna spingersi al limite e non tutti reggono la fatica, la pressione e gli urti dei fallimenti. Il ciclismo è uno sport bellissimo ma, a volte, è troppo duro e crudele. Uno sport a cui devi dare tutto te stesso: diete ferree, allenamenti serrati, rinunce e sacrifici, continue gare, viaggi, trasferte e dimostrazioni per essere sempre al top e non essere escluso. Kelly Catlin

“Laurearsi in matematica computazionale è relativamente facile. Laurearsi e contemporaneamente gareggiare per la nazionale di ciclismo su pista è difficile. È difficile preparare un esame importante (da Stanford mi hanno appena scritto una mail per comunicarmi che ho fallito la prova di Statistica) nelle tre ore successive alla finale di un inseguimento a squadre. Senti di dover viaggiare indietro nel tempo per fare tutto. Una volta ho studiato per 12 ore durante il mio giorno di recupero solo per rendermi conto che avevo bisogno di un giorno di recupero da quel giorno di recupero. Proprio come con i tuoi muscoli, la tua mente può solo riparare se stessa e diventare più forte con il riposo. Chiedi un giorno di riposo o, se sei fortunato ad essere il tuo supervisore (o allenatore), concediti un giorno di riposo. Altrimenti è come giocare con i coltelli: puoi farti male”, queste sono le parole scritte dalla Catlin a metà febbraio, schiacciata dagli impegni, dal bisogno di prendere aria e soffocata dalle delusioni.

Kelly aveva già provato a salutare la vita a gennaio ma era stata salvata appena in tempo, questa volta, invece, nessuno ha potuto convincerla a continuare a lottare. A restare in questo mondo, che non è sempre facile, ma che ne valeva la pena. Ne valeva la pena, Kelly. Perché lo hai fatto? Avevi tutto per poter vivere la tua vita brillante da ciclista, artista, musicista, statista, o tutte e quattro le professioni insieme perché avevi il talento per farlo. Ti hanno chiesto e hai chiesto troppo a te stessa, avevi bisogno di rifiatare, di staccare un attimo e abbandonare qualcuno dei troppi impegni che ti soffocavano. Ce l’avresti fatta, ce l’avresti fatta alla grande Kelly, ne valeva la pena. Sei la dimostrazione che le vittorie non fanno la felicità ma che è nel quotidiano che dobbiamo costruirla.

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