Marco Pantani, quindici anni di vuoto



Quindici anni che non ci sei più. Quindici anni di vuoto e di domande. San Valentino, ormai, non esiste più ed è solamente una fitta in pancia, una ferita che si riapre. Un triste ricordo che torna alla mente e che è difficile da accettare, perché tuttora vorremmo che fossi qui. Quindici anni che te ne sei andato Marco. Quindici anni che il popolo del ciclismo ha dovuto fare a meno di Marco Pantani.

Quindici anni, un’eternità, eppure sembra ieri. Hai lasciato un vuoto così grande che non è stato più colmato, nemmeno dai nuovi eroi delle folle. Te ne sei andato in silenzio, solo, in un hotel di Rimini, tra le lacrime (incredule) dei tuoi tifosi e di chi ti voleva bene realmente. Di chi continua a ricordarti, parlando, cantando e scrivendo di te perché per quanto sembri una frase scontata “Pantani vive. Perché non muore mai chi vive nel cuore di chi resta” e il Pirata resterà per sempre.

Pastonesi ha scritto: “Pantani era un Dio”, la verità è che Marco era molto di più, incarnava in sé tutte le caratteristiche del ciclismo e del ciclista perfetto, era uno ma rappresentava la collettività. Hanno e abbiamo provato a imitarlo, in tanti, ma nessuno è riuscito a essere lui, perché nessuno è lui. Di Pantani ne esiste e ne esisterà sempre soltanto uno. Pantani

Hai fatto innamorare migliaia di persone al ciclismo, intere generazioni che passavano pomeriggi davanti al televisore per aspettare un tuo scatto o giornate sulle strade per vederti passare, anche solo per un momento.
Prima con la maglia della Carrera, quando sicuro di te – al momento della firma – ti accertasti di come sarebbe cambiato il contratto in caso di vittoria del Giro d’Italia. Ti presero per un matto. Ma arrivò ben presto il primo successo, nella Corsa Rosa del 94, a Merano. Era nato un Campione, era nata una Stella.

Con la Mercatone Uno hai vissuto gli anni migliori. Con quella maglia gialla canarino, le sfumature verde mare e la Bianchi hai regalato le imprese più belle. La doppietta Giro – Tour, il duello con Tonkov a Montecampione, le sfide con Armstrong, il capolavoro sul Galibier, sotto la pioggia, che piegò Ullrich e riportò un italiano sul gradino più alto del podio a Parigi, a distanza di 33 anni dall’ultima volta.
Ma anche l’attacco sulla Cipressa alla Sanremo, a dimostrazione che saresti stato in grado di vincere qualsiasi corsa. Che colpo che prese Cassani quella volta. In una sera d’inverno Davide disse che non avresti mai potuto vincere la Classicissima e si giocò un suo appartamento di Cesenatico. Uno scatto secco che, per fortuna dell’attuale ct della nazionale, non andò a buon fine. A fine corsa a Cassani squilla il telefono, è Marco ” hai avuto paura per il tuo appartamento, eh”. Il solo fatto di avergli detto che non avrebbe mai potuto vincere una gara lo stimolò a provare il contrario.

Questo era Marco Pantani. Un uomo di mare che dominava le salite, un uomo forte in sella ma debole nella vita. Un uomo che rappresentava da solo il ciclismo, i ciclisti e i tifosi ma che nel momento del bisogno si è sentito solo e con tutti contro. Un cavaliere senza corazza, un soldato disarmato. Uno che ha dato tanto al mondo delle due ruote e in cambio si sono presi tutto, pure lui. Uno che sapeva rimontare come a Oropa, ma non riusciva a tornare a galla nei momenti più bui, uno che aveva una grinta incredibile in gruppo, ma che era timido e riservato fuori. Amavi fare il vuoto, perché così “la vittoria aveva il sapore del trionfo” ed è proprio un vuoto quello che ci hai lasciato.

Hai lasciato un segno indelebile nel ciclismo e nessuno potrà cancellarlo mai. Perché sei sempre presente nelle mente e nel cuore dei tifosi. Le tue imprese sono incancellabili. Hai sognato e fatto sognare e tuttora quando la gente passa da Cesenatico, ti porta un saluto, quando percorre l’autostrada Bologna – Ancona, volta lo sguardo sulla destra, alla tua grande biglia, e sorride.
Pantani è stato e sarà sempre il più grande di tutti.

Marco Pantani, 13 gennaio 1970 – 14 febbraio 2004. Ovunque tu sia, spero tu possa scattare a ripetizione, come amavi fare.

 

 

 

 

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